Il ritorno alla scrittura e un Elba Bianco tutto da scoprire

Sono appena trascorsi mesi fantastici, vissuti intensamente nella preparazione del mio matrimonio e culminati nel modo migliore con il viaggio di nozze in una terra affascinante e complessa come la Thailandia. Un periodo ricco di emozioni, esperienze e ricordi che auguro sinceramente a chiunque di poter vivere.

Durante questi mesi mi sono quindi un po’ assentato dalla scrittura, ma nel frattempo mi sono arricchito di tante belle esperienze. E ora, con il ritorno alla vita di tutti i giorni, torna anche la voglia di raccontarle.

In occasione del nostro rientro in Italia, desiderosi di tornare anche un po’ alla cucina locale, siamo andati da Busatto a Quinto di Paese, un ristorante che abbiamo scoperto con piacere e apprezzato per l’ottima qualità del cibo e la freschezza delle materie prime.

Ma non solo. La carta dei vini del ristorante propone diverse etichette interessanti: alcune più conosciute, altre decisamente meno comuni e proprio per questo capaci di attirare la curiosità.

Tra queste, una mi ha colpito in modo particolare: un Elba Bianco.

Quante volte capita di trovare facilmente in carta un vino dell’Isola d’Elba? Personalmente, non molte. E visto che non avevo mai assaggiato un vino proveniente da questa zona, la scelta è stata quasi inevitabile.

È stato quindi il primo incontro con un territorio che, almeno dal punto di vista enologico, conoscevo ancora molto poco. Ed è proprio da qui che voglio ripartire.

La virtù delle piccole realtà

Prima di scegliere la bottiglia, mi informo velocemente su qualche dettaglio in più. Scopro così che si tratta di un blend di Vermentino, Viognier e Procanico. I piatti che abbiamo scelto sono a base di pesce, fra antipasti e frittura, ma a questo punto, più che pensare troppo all’abbinamento, sono sempre più curioso di scoprire una bottiglia per me assolutamente inedita.

L’azienda che la produce, Chiesina di Lacona, è una piccola realtà nata davvero da pochissimo: appena nel 2019. Il nome deriva dalla chiesa della Madonna della Neve, che si trova proprio sopra i vigneti di Lacona.

La viticoltura viene condotta secondo una filosofia biologica, anche se per il momento non è ancora certificata, con particolare attenzione alla sostenibilità e alla riduzione dell’impatto ambientale.

Il paesaggio e il terroir posso soltanto immaginarmeli: una spettacolare realtà vitivinicola avvolta e cullata dalla presenza del mare, con tutte le caratteristiche che questo ambiente può regalare alle uve.

Sono circa 20.000 le bottiglie prodotte complessivamente dall’azienda. Numeri piccoli, soprattutto se rapportati alla realtà del vino italiano, e che, a essere sincero, mi fanno sempre un po’ emozionare. C’è qualcosa di affascinante nel sapere di avere davanti una bottiglia prodotta in quantità così limitate, frutto di una realtà giovane e ancora tutta da scoprire.

La degustazione

La prima impressione che ho avuto assaggiando questo vino è stata quella di trovarmi davanti a una bella personalità, perfettamente a proprio agio nel calice, dove sembra quasi non vedere l’ora di raccontarsi, sorso dopo sorso.

L’impatto olfattivo è bellissimo: un’esplosione di mediterraneità, fatta di sentori di erbe officinali, anice, sbuffi di lavanda, toni agrumati, pesca bianca, nespola e liquirizia. Un’intensità fine, che si coniuga perfettamente con un sorso garbato e pulito, definito da freschezza e sapidità ben equilibrate fra loro.

Il calice è super estivo: da servire ben fresco e da assaporare a volte con più attenzione, a volte con maggiore spensieratezza. È proprio uno di quei vini che riescono a regalare qualcosa sia quando ci si concentra sulle sue sfumature, sia quando ci si limita semplicemente a godersi il bicchiere.

Un vino che sposa perfettamente la cucina di mare, riuscendo a sostenere anche qualche sapore leggermente più deciso, come la frittura coi sardoni o i fiori di zucca ripieni di baccalà.

Insomma, una bellissima scoperta e un bel “bentornati”!

A Ristorante Busatto vanno quindi i miei complimenti non solo per l’ottima cucina, ma anche per aver osato una scelta un po’ meno convenzionale, inserendo in carta un vino che, come questo, ha voglia di raccontarsi nel calice: attraverso i suoi profumi, la sua personalità e, soprattutto, attraverso il territorio da cui proviene.

AM