Storytelling del vino: una riflessione a partire da Attilio Scienza

Storytelling del vino: la recente lettura di The Art of Wine Storytelling del professor Attilio Scienza (ed. Mamma Jumbo Shrimp) ha dato forma a domande che da tempo mi accompagnano. Mi interrogo infatti spesso su come il vino venga raccontato oggi: su quali parole scegliamo, su quali significati trasmettiamo, su quanto rimanga davvero a chi ascolta.

Scienza propone uno sguardo che intreccia storia, geografia, genetica della vite e antropologia, restituendo al vino ciò che spesso dimentichiamo: identità e memoria. Analizza le radici mitologiche e simboliche della vite, il racconto dei terroir, l’evoluzione del linguaggio del vino nell’era digitale.

Questo libro non offre formule. Offre profondità.

Il punto centrale è semplice e insieme radicale: il vino non è solo prodotto. È un fenomeno culturale.

Il vino oggi: tante parole, poca connessione

Oggi del vino raccontiamo tutto: territori, suoli, vitigni autoctoni, tradizioni. Eppure spesso non raccontiamo davvero qualcosa.

Usiamo un linguaggio tecnico che rassicura chi lo padroneggia, ma allontana chi ascolta. Ripetiamo formule narrative che suonano bene ma non creano relazione. Parliamo di tradizione senza chiederci cosa significhi davvero.

Intanto il consumatore è più informato che mai: ha accesso a punteggi, recensioni, dati infiniti. Ma l’abbondanza non genera automaticamente comprensione, anzi, spesso genera distacco.

Mai come oggi infine la comunicazione del vino si affida a contenuti rapidi, pensati più per generare visibilità che consapevolezza. Il risultato? Molta esposizione, poca connessione. È faticoso da digerire, soprattutto perché siamo in un Paese con una storia enologica straordinaria, appassionata, che merita di essere raccontata con maggiore cura e meno superficialità.

La curiosità è ciò che il consumatore richiede essere costantemente alimentata. Io credo che non manchi, ad esempio nei “semplici” appassionati la voglia di conoscere, semmai che scarseggi la capacità di saper coinvolgere da parte di chi il vino presume di conoscerlo.

Una crisi culturale prima che economica

Quando si parla di crisi del vino, inoltre, si guarda quasi sempre ai numeri. Eppure il vero nodo potrebbe essere un altro: il significato che attribuiamo al vino.

C’è stato un tempo in cui non aveva bisogno di spiegazioni. Sulle tavole dei nostri nonni, ad esempio, il vino non mancava mai: era alimento, gesto quotidiano, occasione di incontro, tempo lento.

“Vecio, vien che te offro un’ombra”, si poteva sentir dire dalle mie parti. Non era solo un invito a bere: era un invito a fermarsi, a condividere, a stare insieme. Si consolidavano amicizie e relazioni nel tempo di “un’ombra”.

Io sono cresciuto con questa idea: il vino non solo come soggetto da analizzare, ma come gesto da condividere.

Oggi, invece, l’interesse sembra indebolirsi davanti a un concetto di vino sempre più sofisticato e lontano. Curioso, se si pensa che un tempo era decisamente aggregante. Certo, il vino serve anche studiarlo, analizzarlo, testarlo in modo tecnico…ma solo quando siamo, per l’appunto, tra tecnici.

La responsabilità di chi forma e comunica

Raccontare il vino è un atto culturale, saperlo trasmettere è una responsabilità. E chi lo comunica — produttori, formatori, giornalisti, educatori — ha questa responsabilità: trasformare informazione in significato.

Da quando mi occupo di formazione cerco di fare del mio meglio per avvicinare le persone al vino con spirito di condivisione. Non mi interessa, ad esempio, parlare davanti a volti in imbarazzo perché non riconoscono un aroma specifico. Mi interessa coinvolgere. Appassionare. Far capire perché quel vino esiste in quella forma.

Aiutare qualcuno a comprendere il vino significa aiutarlo a comprenderne il senso.

Ed è forse questa oggi la vera sfida dello storytelling: restituirgli significato.

Leggere recentemente le parole di Attilio Scienza attraverso il suo libro è stato, per me, un ulteriore richiamo a questa responsabilità. Non perché offrano soluzioni, ma perché ricordano il posto naturale del vino: quel patrimonio culturale da tutelare e trasmettere. Non vengono meno in me neanche l’entusiasmo e la necessità di voler continuare a studiare nuovi metodi di comunicazione efficaci.

Perché raccontare il vino oggi più che mai significa continuare a custodirne la storia, farne sentire il valore e creare connessioni autentiche.

Significa restituirgli soprattutto la dignità che merita e ricordare che ogni calice non può ridursi a un semplice calice da bere: parla di sé attraverso culture, territori, stili e le persone che l’hanno rappresentato e continuano a farlo oggi.

Abbiamo bisogno di una comunicazione che si abbandoni al piacere del raccontare e di narrare storie.

Attilio Scienza – The Art of Wine Storytelling