La recente lettura di Borgogna di Francesco Piccat mi ha avvicinato all’approfondimento di uno dei territori vitivinicoli più iconici al mondo, coinvolgendomi per la sua capacità di raccontare la regione non soltanto attraverso i suoi vini più celebri, ma soprattutto attraverso il percorso che nei secoli ha permesso loro di diventare simboli riconosciuti in tutto il mondo.
La Borgogna vede infatti il proprio prestigio nascere dall’incontro tra storia, territorio e cultura: elementi che nei secoli hanno contribuito a costruire un modello ancora oggi considerato unico. Il libro di Francesco Piccat accompagna il lettore in questo percorso con una scrittura fluida e coinvolgente, capace di rendere accessibili anche gli aspetti più complessi della regione, dal sistema di classificazione al concetto di terroir, senza trascurare il rapporto tra vino, mercato e capacità di costruire un’identità riconosciuta a livello mondiale.
Approfondire inoltre anche la filosofia dell’autore aiuta a superare una lettura superficiale della storia, ricordandoci come per comprendere davvero un territorio sia necessario osservarne il percorso nella sua interezza, fatto di successi ma anche di trasformazioni, difficoltà e momenti di cambiamento. Per cogliere davvero la grandezza di una regione, bisogna osservare il percorso che ha portato a quel risultato.
Comprendere un territorio attraverso la sua storia
Parlare di grandi territori vinicoli ci porta infatti spesso a concentrarci prima sul risultato finale: i grandi produttori, le bottiglie più ricercate, la fama internazionale raggiunta negli ultimi decenni.
Quando ci avviciniamo quindi al mondo del vino e iniziamo a conoscere i nomi più prestigiosi della Borgogna, accettiamo facilmente il loro valore come qualcosa di già definito. Chambertin, Romanée-Conti, Montrachet… evocano immediatamente prestigio, rarità e fascino. Ma cosa ha contribuito, nel corso dei secoli, a rendere così celebri questi vini?
La conquista della Gallia da parte dei Romani ad esempio, rappresentò un momento fondamentale per la diffusione della viticoltura in queste zone, sebbene il rapporto tra uomo e vigneto si sarebbe evoluto profondamente solo nei secoli successivi.
Tuttavia, pensando oggi a una prestigiosa bottiglia di Chambertin, difficilmente il nostro pensiero corre ai Galli o alle prime forme di coltivazione della vite sviluppatesi in questi territori. E’ naturale: la distanza con quell’epoca storica è enorme, e il vino che troviamo oggi nel calice è il risultato di secoli di trasformazioni. Sono cambiate le tecniche, le conoscenze, i vitigni selezionati e soprattutto il modo stesso di interpretare il rapporto tra uomo e territorio.
È proprio qui che si può soffermare su uno degli aspetti forse più affascinanti di una regione come la Borgogna: il vino non è più soltanto un prodotto della terra, ma diventa una testimonianza della storia di un luogo e delle comunità che lo hanno abitato.
Tra storia, leggenda e aneddoti: il fascino della Borgogna
Del libro di Francesco Piccat ho poi amato la ricchezza di aneddoti storici più o meno leggendari.
Ad esempio nel XV secolo il duca Filippo l’Ardito arrivò a definire il Gamay un vitigno “molto cattivo” e “nocivo per la creatura umana“, accusandolo anche di danneggiare la qualità e fama dei vini della regione e favorendo così la diffusione del più nobile Pinot Noir.
Che dire invece dello sfarzoso giuramento del Vœu du Faisan del 1454? In quell’occasione, la nobiltà promosse una crociata davanti a un fagiano ornato da una collana d’oro: un episodio bizzarro solo in apparenza, ma che rivela come la Borgogna abbia saputo utilizzare il fasto dei suoi banchetti e la qualità dei suoi calici come veri e propri strumenti di diplomazia, immagine e potere politico.
O ancora della curiosa vicenda di Luigi XIV: quando nel 1686 le sue condizioni di salute peggiorarono, i medici di corte gli ordinarono di abbandonare l’amato Champagne — accusato di alterare i suoi ‘umori’ e causargli la gotta — per abituarsi a bere esclusivamente vino di Borgogna, prescritto come una vera e propria cura tonica per il Re Sole.
Sono proprio questi racconti, sospesi tra leggenda e realtà, a rendere la lettura ancora più coinvolgente. Perché il vino non è fatto soltanto di classificazioni e dati tecnici, ma anche di personaggi, vicende e avvenimenti che nel tempo hanno contribuito a costruirne il mito.
Dai monaci al terroir: quando il territorio diventa protagonista
Gran parte della conoscenza che ancora oggi associamo alla Borgogna deve molto al lavoro dei monaci. Attraverso un’attenta osservazione delle parcelle, delle esposizioni e delle caratteristiche dei suoli, essi contribuirono a sviluppare una sensibilità verso le differenze territoriali che rappresenta ancora oggi uno dei tratti distintivi della regione.
Il concetto di terroir in Borgogna si è costruito proprio attraverso questa lunga capacità di osservazione. Non è soltanto l’insieme di clima, suolo e vitigno, ma l’espressione dell’incontro tra natura, storia e lavoro dell’uomo.
È forse questo uno degli aspetti più carismatici (e autorevoli) della regione: aver trasformato differenze apparentemente minime in elementi capaci di definire l’identità di un vino. Ogni parcella, ogni esposizione e ogni caratteristica del territorio possono diventare parte di un racconto più ampio.
Pinot Noir e Chardonnay: il linguaggio del territorio
Questo approccio permette di comprendere meglio anche il ruolo dei vitigni simbolo della Borgogna. Pinot Noir e Chardonnay non sono diventati protagonisti della regione soltanto per le loro caratteristiche, ma soprattutto per la capacità di esprimere con grande precisione le differenze dei luoghi in cui vengono coltivati.
È affascinante osservare come la stessa varietà possa dare origine a vini profondamente diversi semplicemente cambiando parcella, suolo o microclima. Il vitigno diventa così un mezzo attraverso cui il territorio riesce a raccontare la propria identità.
Non solo: lo stile e la qualità dei vini prodotti a partire da questi vitigni diventano anche punto di riferimento per altre regioni internazionali.
Oltre il giudizio: imparare a leggere un vino
Tutto questo mi ha portato a interrogarmi anche sul modo in cui ci avviciniamo a un vino. Quando, soprattutto, abbiamo nel calice un vino proveniente da un territorio prestigioso come la Borgogna, quanto siamo davvero consapevoli di ciò che rappresenta?
Da un lato ci affidiamo all’approccio tecnico, che ci porta a ricercare elementi come intensità, equilibrio, complessità ed evoluzione. Sono aspetti fondamentali per descrivere un vino e apprezzarne la qualità, ma da soli non sempre riescono a raccontare tutto ciò che abbiamo davanti.
Dall’altro, entra in gioco la dimensione più personale: un vino ci piace oppure no. È una reazione naturale, legata alla nostra sensibilità, alle esperienze vissute e alle emozioni che quel calice riesce a evocare.
Credo però che esista anche una terza prospettiva, che si integra perfettamente con le precedenti. Conoscere la storia di un luogo, le persone che lo hanno plasmato e il percorso che ha costruito la sua identità non cambia necessariamente il nostro gusto personale, ma cambia il modo in cui comprendiamo quel vino.
È forse questa una delle riflessioni più interessanti che mi lascia la lettura di Francesco Piccat: ricordarci che dietro un grande vino non ci sono soltanto profumi e sapori, ma una storia che merita di essere conosciuta. Per questo, ogni degustazione può diventare anche un’occasione per fermarsi qualche istante in più e provare a leggere ciò che quel calice racconta, oltre ciò che semplicemente esprime ai nostri sensi.
Lettura consigliata
Mi ha colpito nel finale questo pensiero dell’autore che ritengo essere molto attuale:
“Quando i francesi bevono lo Chambertin, si immaginano davvero di rivivere, anche solo per pochi secondi, l’epoca napoleonica. Ci credono, lo sanno, lo dicono, lo vivono. Quando un sistema si racconta, fissa norme stringenti che nel breve termine sembrano difficili da sopportare ma che nel lungo periodo pagano, e allora il vino diventa davvero migliore. Invece di gioire ogni qualvolta l’Italia supera la Francia nella mera produzione di vino, perdendo d’occhio la fondamentale differenza che è il prezzo di vendita (…) il nostro Paese dovrebbe riscoprirsi capace non tanto o solo di raccontarsi e di “raccontarsela”, ma di crederci davvero.”
Leggere Borgogna di Francesco Piccat significa andare ben oltre la semplice guida vitivinicola. È un viaggio che permette di avvicinarsi a una delle regioni più iconiche al mondo con uno sguardo più consapevole e costruttivo.
Per chi ama approfondire questi temi, il volume rappresenta senza dubbio una lettura caldamente consigliata, così come una visita al sito personale dell’autore, ricco di spunti di riflessione utili sia per i professionisti del settore sia per i semplici appassionati.
AM