Quando è nato il nostro apprezzamento per l’alcol?
Nell’epoca del NoLo, della messa alla gogna degli alcolici e del cambiamento delle abitudini rispetto al consumo di bevande che fanno parte della nostra quotidianità da secoli, come vino e birra, mi sono ritrovato a chiedermi: da dove nasce il nostro apprezzamento per l’alcol?
Lasciamo perdere per un istante quelli che possono essere gli effetti “positivi” dell’alcol, come il senso di rilassamento o l’euforia, che già spiegano molto del perché ci piace consumare bevande alcoliche.
Mi chiedo piuttosto perché, per moltissimo tempo, il consumo di alcol abbia avuto un ruolo ben definito all’interno della società e dell’alimentazione, mentre oggi, a momenti, sembra quasi diventato qualcosa da disdegnare.
Per rispondere a queste domande ho fatto un po’ di ricerca scoprendo sia informazioni interessanti che talvolta bizzarre.
La teoria della scimmia ubriaca
Una cosa bizzarra che ho scoperto, ad esempio, è che esiste una teoria chiamata Drunken Monkey Hypothesis, ovvero la “teoria della scimmia ubriaca“. Proposta dallo zoologo e biologo Robert Dudley già nel 2000 e sviluppata nel suo libro The Drunken Monkey: Why We Drink and Abuse Alcohol del 2014, questa ipotesi suggerisce che l’attrazione verso l’etanolo possa avere origini molto antiche e ricondursi all’epoca in cui i nostri antenati primati erano soliti consumare frutta naturalmente fermentata.
Per essi, infatti, la frutta è da sempre una fonte importante di nutrimento, inclusa quella più matura, che può iniziare a fermentare spontaneamente producendo piccole quantità di etanolo. L’ipotesi di Dudley sostiene inoltre come la volatilità delle molecole di etanolo avrebbe potuto facilitare ai nostri antenati il reperimento della frutta anche a distanza, rendendo l’odore della fermentazione un possibile segnale della presenza di una fonte di cibo.
La capacità di assorbire e metabolizzare l’etanolo, infine, è molto più antica della nostra specie. Alcuni enzimi coinvolti nel metabolismo dell’alcol sono infatti presenti nei primati da milioni di anni.
Evoluzione
Questo non significa, naturalmente, che l’evoluzione ci abbia “programmati” per bere vino o birra. Significa piuttosto che la capacità di gestire piccole quantità di etanolo è legata a una storia evolutiva molto precedente alla nascita delle bevande alcoliche come le conosciamo oggi.
Insomma, anche le scimmiette avevano un debole per l’alcol.
O forse, più semplicemente, avevano imparato a riconoscere una fonte di energia.
È in seguito che la storia si è fatta ancora più interessante. Con il tempo, la nostra curiosità, la capacità di sperimentare e il desiderio di trasformare ciò che ci circonda ci hanno permesso di fare qualcosa che nessun altro primate aveva mai fatto in maniera così sistematica: abbiamo imparato a controllare la fermentazione.
Da processo naturale, la fermentazione è diventata una vera e propria tecnologia in divenire. Abbiamo iniziato a produrre vino, birra e altre bevande alcoliche, trasformando un processo naturale in qualcosa di volutamente ricercato, controllato e perfezionato.
Il nostro rapporto con l’alcol oggi
Oggi riflettiamo sempre di più sul consumo moderato e consapevole dell’alcol. L’atteggiamento nei suoi confronti è cambiato e, a seconda del contesto, oscilla tra responsabilità, prudenza e, talvolta, un pizzico di follia.
Senza offrire l’ennesimo sermone sugli effetti dell’alcol sulla salute, mi interessa piuttosto soffermarmi su come possano cambiare, attraverso le generazioni, anche abitudini e modi di pensare che fino a poco tempo fa sembravano assolutamente normali.
Tornando alle notizie bizzarre ad esempio, ne condivido un paio che mi hanno colpito in particolare.
La prima riguarda la Francia: nel 1956 il Ministero dell’Istruzione francese vietò di servire bevande alcoliche ai minori di 14 anni. Fino ad allora, infatti, era stata ammessa anche la somministrazione di piccole quantità di bevande alcoliche, come il vino.
Un’abitudine che oggi ci appare quasi inconcepibile. Eppure, soltanto qualche decennio fa, rientrava nella normalità di una società nella quale il vino era molto più strettamente legato alla quotidianità e all’alimentazione.
Non molto dopo, negli anni ’70, il dottor Vittorio Fasola pubblicava Curarsi con il vino. L’immagine della copertina è tornata recentemente a circolare sui social, suscitando ilarità e sorrisi, ma anche un certo stupore.
Come recita la copertina: “Il vino può mantenerci in buona salute e contribuire alla guarigione di molti disturbi”. Il libro proponeva, tra le altre cose, una serie di rimedi associando determinate tipologie di vino a specifici disturbi.
Oggi queste affermazioni ci sembrano sorprendenti, se non addirittura paradossali. Ma anche in questo caso è interessante osservare quanto rapidamente possa cambiare il nostro modo di interpretare ciò che consumiamo.
L’alcol (e, nello specifico, il vino) sta scomparendo dalle nostre tavole?
È una domanda che sembra assillare molti quando si parla del futuro dei consumi.
A mio avviso, però, la questione è più complessa: più che scomparire, le abitudini stanno cambiando e il consumo di bevande alcoliche si sta ridistribuendo, non significa pertanto che ci sia meno interesse.
Il vino ad esempio è magari meno presente sulla tavola di tutti i giorni, ma è ancora molto protagonista nel contesto di un’esperienza, di una degustazione, di un viaggio, di una cena particolare.
I consumatori cercano informazioni, scoprono territori e produttori, sperimentano e si avvicinano con maggiore consapevolezza alla cultura del calice. Il vino, insomma, può essere meno quotidiano ma, per alcuni, diventare più ricercato.
Come è cambiato il nostro modo di apprezzare l’alcol?
Ripenso al quesito iniziale che mi sono posto e mi rendo conto che, nel tempo, non è cambiato soltanto quanto consumiamo alcol, ma anche il modo in cui lo apprezziamo e il significato che gli attribuiamo.
C’è, da un lato, una storia evolutiva che ci ha portato a riconoscere e metabolizzare l’etanolo. Dall’altro, la nostra capacità di trasformare la fermentazione naturale in una tecnologia ha dato origine, nel corso dei secoli, a una cultura nella quale le bevande alcoliche hanno assunto significati diversi: nutrimento, convivialità, rito, piacere, status, tradizione.
In questo osservo una contraddizione interessante: le bevande alcoliche ci affascinano per tutti questi motivi, nonostante al tempo stesso sappiamo quando la loro assunzione regolare sia nociva.
Ma forse oggi stiamo semplicemente imparando a guardare a questo rapporto con occhi diversi: con maggiore consapevolezza, senza dover necessariamente cancellare la curiosità e il piacere che ne hanno accompagnato la storia.
AM
Fonti consultate: Greenreport, Accademia dei Georgofili, Focus