Vino-viaggiando a Campodipietra
Di recente ho fatto visita a Ornella Molon nella sua azienda di Campodipietra, con l’idea di acquistare una bottiglia di Piave Malanotte da portare alla terza edizione del Blindbloggertasting. È un vino a cui sono particolarmente affezionato, così come lo sono al territorio del Piave, una delle zone vitivinicole che meglio rappresentano le mie origini e che, a mio avviso, merita di essere raccontata molto più spesso.
Ornella Molon e una storia di coraggio
Conoscere Ornella Molon significa incontrare una delle figure che hanno contribuito a scrivere la storia recente della viticoltura del Piave. È stata infatti la prima donna della zona a guidare un’azienda vitivinicola, in un periodo in cui vedere una donna alla conduzione di una cantina era tutt’altro che normale.
Mi ha raccontato con il sorriso alcuni episodi degli inizi: clienti sorpresi nel trovarsi davanti una donna pronta a consigliare i vini dell’azienda oppure tecnici che, quasi increduli, le chiedevano di identificare le attrezzature della cantina, come se non potesse conoscerle. Lei, però, non si è mai lasciata scoraggiare e ha continuato a lavorare con la stessa determinazione che ancora oggi trasmette a chiunque abbia la fortuna di visitare la cantina.
All’inizio lei e il marito svolgevano tutt’altra attività. Poi decisero di investire nel vino, scegliendo il Piave per le sue straordinarie potenzialità: terreni ricchi di depositi alluvionali e ciottoli, capaci di dare origine a vini di struttura e personalità. L’obiettivo era chiaro fin dall’inizio: puntare sempre più sulla qualità, in un’epoca in cui spesso la quantità rappresentava ancora la priorità.
Piave Malanotte: la rivincita del Raboso
Il Piave è una terra che regala vini di carattere, robusti e longevi. È un territorio dove anche il Merlot trova una delle sue migliori espressioni italiane, ma il vero protagonista resta il Raboso Piave, vitigno autoctono dalla personalità inconfondibile.
Attorno al Raboso ruotano numerosi aneddoti popolari:
- era considerato un vino aspro e indomabile, sul quale pochi avrebbero scommesso;
- veniva chiamato vin da viajo, perché sopportava lunghi trasporti senza perdere le proprie qualità;
- molti lo ricordano come el vin che sporcava el bicèr, per il suo colore intenso e le macchie difficili da rimuovere;
- nonostante il carattere deciso, era molto apprezzato dai viticoltori per la generosità produttiva della pianta.
Come valorizzare, allora, un vitigno tanto austero?
Con il tempo le tecniche enologiche sono evolute e anche il Raboso ha trovato interpretazioni più eleganti, senza rinunciare alla propria identità. Il punto di arrivo di questo percorso è rappresentato dall’istituzione della DOCG Piave Malanotte .
Il disciplinare prevede che dal 15% al 30% delle uve Raboso venga sottoposto ad appassimento, mentre l’affinamento minimo è di 36 mesi, di cui almeno 12 in legno e 4 in bottiglia. È proprio questa combinazione a rendere il vino più armonioso, donando maggiore rotondità senza rinunciare alla tipica freschezza e alla vivace acidità che da sempre contraddistinguono il Raboso.
La denominazione Piave Malanotte DOCG è stata riconosciuta nel 2010, rappresentando un importante traguardo per tutto il territorio.
Perché si chiama Malanotte?
Il nome deriva dalla famiglia Malanotte, antica casata che visse nei pressi di Tezze di Piave, in un borgo che ancora oggi porta il loro nome. Il contributo dato dalla famiglia Malanotte allo sviluppo della viticoltura locale fu tale da ispirare il nome della massima espressione del Raboso Piave, legando indissolubilmente questo vino alla sua terra d’origine.
Il Piave Malanotte di Ornella Molon
Assaggiare questo vino direttamente in cantina, mentre Ornella Molon ne raccontava la storia, ha aggiunto un valore unico.
Già dal colore, un rosso rubino intenso e profondo, lascia intuire la sua personalità. Nel Raboso, però, questa vivacità cromatica non è necessariamente indice di giovinezza: è una caratteristica che il vino riesce a conservare anche dopo molti anni di affinamento in bottiglia. Al naso, i profumi raccontano eleganza, autenticità e una bella profondità aromatica. È un vino che non ha fretta di esprimersi. Si apre lentamente nel calice, rivelando un carattere deciso ma mai aggressivo.
Al palato conserva tutta l’identità del Raboso: tannini ben presenti, una freschezza vivace e una struttura importante, accompagnate però da una piacevole morbidezza che rende il sorso equilibrato. Con l’ossigenazione emergono progressivamente le note evolutive, sostenute da una lunga persistenza gusto-olfattiva.
È uno di quei vini che invitano ad aspettare. Per questo, oltre alla soddisfazione dell’assaggio in cantina, ho deciso di portarne a casa una bottiglia da lasciare riposare ancora qualche anno.
Gli abbinamenti
Normalmente mi piace sperimentare anche accostamenti fuori regione, ma questa volta il consiglio è semplice: lasciate che sia il territorio a guidare la scelta. Lo vedo benissimo con un risotto al Radicchio Rosso di Treviso e salsiccia, con musetto e lenticchie, pasta e fagioli, uno spezzatino cotto lentamente oppure con la tradizionale soppressa cotta.
Il Piave Malanotte è uno di quei vini che meritano di essere scoperti senza pregiudizi. Non cerca di piacere a tutti, ma racconta con autenticità un vitigno, un territorio e le persone che hanno creduto nelle sue potenzialità quando farlo era tutt’altro che scontato. Se vi capita di passare dalle parti del Piave, concedetegli una possibilità: potreste scoprire uno dei rossi più identitari e affascinanti del Veneto.
Alla prossima!

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