Radici
Conoscere il mio territorio è sempre una piacevole scoperta, e questa volta a essere protagonista è l’azienda Villa Canthus di Fossalta di Piave.
Siamo nel cuore della zona del Piave, un’area forse ancora poco conosciuta al di fuori dei suoi confini, ma dove affondano molte delle nostre radici storiche. La stessa Villa Canthus ha origini settecentesche ed è uno dei pochissimi edifici sopravvissuti fino ai giorni nostri alla Prima guerra mondiale, che interessò da vicino proprio quest’area, divenuta nel corso del conflitto una vera e propria zona di frontiera.
A parlare di storia, qui, sono però anche le stesse varietà coltivate, a partire dal localissimo Raboso, il vino de Venegia. Una varietà che per secoli è stata una grande fonte di sostentamento per i viticoltori locali, grazie alla sua elevata produttività e alla grande versatilità in vinificazione.
Non va inoltre dimenticata la sua capacità di affrontare i lunghi viaggi via mare che, in passato, erano necessari per raggiungere i mercati più lontani. Una caratteristica che contribuì a renderlo particolarmente prezioso per i commercianti dell’epoca. Per un ulteriore approfondimento ricordo che dedicavo un mio vecchio articolo proprio al Raboso.
Anche il Manzoni Bianco, che trova proprio in quest’area una delle sue zone di produzione più vocate, ci racconta un pezzo importante della storia enologica locale. È infatti uno degli incroci più celebri e riusciti realizzati dal professor Luigi Manzoni, preside e personalità di rilievo della Scuola Enologica di Conegliano, la prima istituita in Italia.
Un bianco di grande stoffa, capace di dare soddisfazione anche con il passare degli anni grazie alla sua longevità.
Qui a Villa Canthus, però, si può assaggiare anche il Manzoni Rosso, una varietà decisamente più rara e, almeno per me, praticamente introvabile.
A introdurci nella storia e nella produzione dell’azienda ci sono Deborah Ormenese e suo padre Giuliano, che racconta la sua terra con un fervore e una passione contagiosi. Aneddoti, ricordi e storie si susseguono uno dopo l’altro, in un racconto che sembra non avere mai veramente fine e che, sinceramente, non ci si stancherebbe di ascoltare.
Passo così una piacevole mattinata fra assaggi, storia e confronti, completamente assorbito da un territorio che, pur conoscendo da sempre, riesce ancora una volta a sorprendermi.
Ed è forse proprio questo il bello di conoscere le proprie radici: scoprire che, a volte, basta guardarle un po’ più da vicino per accorgersi di quante storie abbiano ancora da raccontare.
I vini
La degustazione, condita dalle storie raccontate da Giuliano con passione, è un bel momento di condivisione e confronto. Si assaggia con l’interesse e la cautela di chi vuole non solo bere un calice ma anche degustarlo con pazienza. Le bottiglie, prodotte in quantità limitata, sono etichettate manualmente, e l’azienda ne sta recentemente rinnovando la grafica, che ho molto apprezzato.
Pinot grigio ramato
E’ il primo assaggio, che anticipa l’assaggio del Manzoni bianco: una scelta un po’ inusuale ma pensata per la diversa intensità fra i due vini. Il colore appare dolcemente ramato, e offre profumi intensi dai richiami floreali e un po’ vegetali, con qualche cenno di mandorla e rosmarino. Una lieve balsamicità e note di rosa e biancospino completano il quadro organolettico. Sapido e gustoso, di buon corpo e persistenza.

Manzoni bianco
Se il Pinot grigio appariva già deciso e gustoso, in effetti il Manzoni bianco segue bene l’ordine di degustazione. E’ un bianco che sa essere molto presente nel calice, sia a livello olfattivo che gustativo. Quello che tuttavia mi piace di questo vitigno è che rivela sempre anche una certa classe, da cogliere in ogni sfumatura. L’annata 2020 mi dà l’opportunità di assaggiarlo ancora giovane, nel pieno della sua freschezza. Ampio e fruttato, rivela note agrumate, di salvia, pesca bianca, mandorla e cera d’api. Equilibrato al palato fra acidità e sapidità, ha una buona struttura e corpo decisi. Sarà interessante assaggiarlo fra qualche tempo!

Carmenère
Assaggio volentieri il loro Carmenère perché è una varietà più conosciuta nel lontano Cile, ma che anche qui in Veneto è coltivato con interesse, sebbene la maggior parte delle volte per produrre vini dalla beva più agile. Si possono infatti ottenere da questa varietà vini più semplici che più strutturati: non deve tuttavia essere confuso col Cabernet franc, che per alcuni aspetti ricorda vagamente. Il Carmenère di Villa Canthus è succoso e un po’ rustico, ricco di note di visciole e amarena, sfumature di peperone e una punta di cenere. Ha un sorso agile, è giustamente tannico e di buona freschezza.

Manzoni rosso
L’assaggio del Manzoni rosso, è una vera rarità! Si rivela un vino non particolarmente complesso, ma molto gradevole. Un giusto contributo dato dal passaggio in legno gli dà un tono di profondità e ricchezza al palato, in contrasto con la parte fresca e floreale che emerge nell’esame olfattivo, completata da una piacevole punta di pepe.

Raboso 2016
La mia degustazione si conclude con l’assaggio del Raboso giovane. Frutto di un lieve appassimento delle uve (circa il 30%), offre profumi intensi e profondi, che richiamano note di caco e amarena, piccoli frutti rossi, speziatura e prugna. Ha una tannicità morbida e avvolgente, ben amalgamata con la parte fresca data dalla caratteristica acidità. E’ davvero una bella proposta di Raboso: sarò altrettanto curioso di provare prossimamente le versioni riserva.
Piccola curiosità: l’annata 2016 riporta la vecchia etichetta dedicata a Francesco Mignone, militare d’onore al tempo della Prima guerra mondiale, che morì proprio a Fossalta di Piave durante il conflitto.

AM